martedì 2 febbraio 2010
Una sera profumata d'estate, camminando in un grande orto, mi resi conto di aver percorso soprappensiero un lungo tratto a piedi. Immerso in pensieri di poca importanza, con lo sguardo rivolto a terra, mi ero lasciato trascinare dalle gambe per chilometri e chilometri, nel verde.
Quando alzai gli occhi per vedere dove ero finito mi accorsi che le lunghe file di piante che mi circondavano si estendevano oltre la linea dell' orizzonte, in ogni direzione. Fui preso per un momento dal panico. La notte era vicina, ed io ero perso .
Rassegnato ormai all' idea che tornare indietro sarebbe stato impossibile, optai per cercare un rifugio dove passare la notte. Notai che le piante intorno a me avevano un aspetto strano, forme nuove, inconsuete, ognuna diversa dall'altra. "Che razza di contadino può mai coltivare un intero orto con piante differenti l'una dall'altra" pensai indispettito, mentre mi accovacciavo sotto una buffa pianta grassa , cadendo in un profondo sonno.
Sognai un cavallo obeso, che trascinava con una lunga corda una stanza che si chiamava Maria ed era la mia fidanzata, io la rincorrevo disperatamente perché gli dovevo rendere una spezia che avevo rubato ad un venditore di surgelati a forma di cono che viveva in una torre bianca altissima, torre che si rivelava essere sua figlia. La torre mi chiedeva di accendere la luce e non potevo, non riuscivo a raggiungere l'interruttore. Si aprivano allora dei varchi nel cielo da dove uscivano dei piccoli giocattoli.
Si accese una luce ed iniziai a sentire un fastidio al braccio.
Mi svegliai intorpidito, avevo dormito su un lato, probabilmente mi stavo schiacciando l'arto. Feci per sollevarlo. Non ci riuscii. Ero bloccato, immobilizzato a terra.
Dopo vari tentativi, con uno sforzo sovrumano mi alzai.
Il mio corpo non corrispondeva più a quello a cui ero abituato da sempre.
Ero come di pietra, pesantissimo.
Mi trascinavo, lentamente, in un posto che non riuscivo a definire. Avevo la vista appannata, e una gelida sensazione di umidità rendeva il mio respiro grave e faticoso. La percezione della realtà era alterata, a tal punto da distorcere ogni impulso proveniente dall'esterno. Riuscivo a cogliere con i miei occhi appannati delle ombre scure, tutte tonalità del verde . A parte un cielo, particolarmente giallognolo, potevo vedere solo verde intorno a me. Ma ne ero sicuro, non era affatto l'orto in cui mi ero addormentato. Se mi trovavo in un giardino, o in un bosco, non riuscivo a definirlo. Improvvisamente
scorsi in controluce la silhouette di alcuni cipressi.
Quella visione così apparentemente banale scatenò in me una reazione inaspettata, una sensazione di familiarità profondissima ed intensa. La mia vista cominciò a schiarirsi e le cose intorno a me diventarono più nitide.
Mi trovavo in un elegante giardino, forse di una villa, con raffinate siepi di ligustro e bosso.Anche i miei movimenti, che prima erano pesanti e trascinati, ora si facevano più leggeri e controllati. Decisi di dare un'occhiata intorno, per vedere dove mi trovavo.
Superai una lunga serie di viottoli di aiuole, scorgendo ogni tanto delle strane forme di marmo,
simili a sculture insolite, mai viste prima. Improvvisamente il viottolo che stavo percorrendo terminò e mi ritrovai in uno spazio aperto, una specie di piazza, con al centro una antichissima piscina marmorea, con intorno nuovamente le strane sculture .
Intorno alla piscina c'erano meravigliosi cipressi, molto alti, immobili come guardiani. Decisi di avvicinarmi per esaminarla.
L'idea di guardarla da vicino esercitava su di me uno strano magnetismo che non riuscii a frenare. Il
fondo della piscina era di un marmo percorso da venature marroni, sul fondo c'erano tre sassi neri, lucidissimi. Li osservai per un po e decisi di proseguire in un vialone oltre i cipressi che circondavano la piazza. Era bizzarro il senso di familiarità che mi trasmetteva quel luogo. Era come se stessi in un giardino che conoscevo da sempre, ma dimenticato, soffocato da migliaia di pensieri inutlili. Ogni nuovo tratto che scoprivo, ritornava vivido alla memoria, nonostante non riuscissi a ricondurlo a nessun giardino visto finora. Percorsi correndo il lungo viale fino ad imbattermi in una piccola cordicella,
simile a quella che utilizzano i musei per distanziare la folla dall'opera d'arte. Il senso di familiarità improvvisamente sparì, e fui preso da un pesante angoscia. Corsi via impaurito fino alla piscina. Mi sembrò stranissimo il modo in cui non riuscivo a ricordare cosa ci fosse oltre la cordicella. Era come se anche il mio sguardo non fosse riuscito ad andare oltre. Pensai che superarla sarebbe stata una follia. Mi addormentai sotto un lauro vicino alla piscina, sprofondando di nuovo in un sogno, non cosmposto più da immagini come il precedente, ma definito attraverso sensazioni alternate di familiarità,curiosità e spavento. Mi svegliaii in preda ad una curiosità terribile. Dovevo andare oltre la cordicella. Era una pazzia, ma non potevo farne a meno. Percorsi di nuovo tutto il viale e giunsi alla corda. I pensieri erano bloccati, uno spavento terribile mi prese, ero combattuto tra l'angoscia e la curiosità, tra la
voglia di attraversare quella linea ed il terrore che mi incuteva quell'azione. In preda a questo sovraccarico emotivo svenni a terra.
Non sognai. Fu solo un lungo, lunghissimo periodo di buio. Mi risvegliai di soprassalto. Aprii gli occhi.
Ero oltre la linea.
Il mio corpo, durante il sonno si era mosso, probabilmente rotolando e mi aveva trascinato oltre di essa .
Mi alzai.
Quello che vidi era stranissimo.
Oltre la linea c'era di nuovo un giardino, molto diverso dal primo.
C'erano pini, oleandri emirti, e il cielo, da giallognolo-bianco era diventato di un intenso azzurro-arancione. Pomeridiano.
A mia sorpresa, vidi il mare luccicare e blu all'orizzonte. Una gioia profonda si impadronì di me, mentre percorrevo correndo nell'aria estiva i lunghi viali ricoperti da aghi di pino. Il mare si faceva sempre più vicino, preso dalla gioia correvo urlando. La tensione che prima si era impossetata del mio corpo era sparita, sostituita dalla pura felicità. A mia sorpresa trovai una radura verde, vicinissima alla spiaggia ,con un enorme sicomoro a forma di ombrello. Mi sdraiai ai suoi piedi. Lo sentii mio. Era il mio sicomoro, lo conoscevo da sempre, c'era sempre stato, io lo sapevo. La sua larga chioma creava una enorme ombra,
che mi riparava dai raggi arancioni del sole.
Dopo alcuni momenti mi rialzai e arrivai finalmente sulla spiaggia. Non ero mai stato così felice in vita mia. Quei luoghi erano per me importantissimi, conosciutissimi, ma non riuscivo a ricordare
quando li avevo rivisti. Camminai a lungo sulla sponda del mare fino a raggiungere una casupola bianca sulla riva.
La porta era chiusa, non vi entrai.
La sera stava scendendo, decisi di tornare al mio sicomoro.
Camminai in senso opposto per molto tempo, ma non riuscii più a ritrovarlo. Ero perso. Mi addormentai sulla spiaggia.
Quando mi risvegliai ero di nuovo nell'orto infinito, sotto alla pianta che avevo scelto come rifugio per la notte.
Era mattina.
Avevo sabbia tra le dita dei piedi, il che mi ha reso consapevole che quello che avevo vissuto non era stato affatto un sogno. Avevo bisogno di raccontare ciò che mi era successo, ma non c'era nessuno, anzi, non riuscivo proprio a ricordare di aver mai incontrato nessuno, era come se fossi sempre stato solo. Non avevo ricordi precedenti alla camminata nell'orto, e questo mi rassicurò.
Decisi di raccontare la mia storia alla grossa pianta grassa, gli raccontai tutto finché non mi addormentai di nuovo ai suoi piedi.
Alessandro Sicioldr Bianchi
Quando alzai gli occhi per vedere dove ero finito mi accorsi che le lunghe file di piante che mi circondavano si estendevano oltre la linea dell' orizzonte, in ogni direzione. Fui preso per un momento dal panico. La notte era vicina, ed io ero perso .
Rassegnato ormai all' idea che tornare indietro sarebbe stato impossibile, optai per cercare un rifugio dove passare la notte. Notai che le piante intorno a me avevano un aspetto strano, forme nuove, inconsuete, ognuna diversa dall'altra. "Che razza di contadino può mai coltivare un intero orto con piante differenti l'una dall'altra" pensai indispettito, mentre mi accovacciavo sotto una buffa pianta grassa , cadendo in un profondo sonno.
Sognai un cavallo obeso, che trascinava con una lunga corda una stanza che si chiamava Maria ed era la mia fidanzata, io la rincorrevo disperatamente perché gli dovevo rendere una spezia che avevo rubato ad un venditore di surgelati a forma di cono che viveva in una torre bianca altissima, torre che si rivelava essere sua figlia. La torre mi chiedeva di accendere la luce e non potevo, non riuscivo a raggiungere l'interruttore. Si aprivano allora dei varchi nel cielo da dove uscivano dei piccoli giocattoli.
Si accese una luce ed iniziai a sentire un fastidio al braccio.
Mi svegliai intorpidito, avevo dormito su un lato, probabilmente mi stavo schiacciando l'arto. Feci per sollevarlo. Non ci riuscii. Ero bloccato, immobilizzato a terra.
Dopo vari tentativi, con uno sforzo sovrumano mi alzai.
Il mio corpo non corrispondeva più a quello a cui ero abituato da sempre.
Ero come di pietra, pesantissimo.
Mi trascinavo, lentamente, in un posto che non riuscivo a definire. Avevo la vista appannata, e una gelida sensazione di umidità rendeva il mio respiro grave e faticoso. La percezione della realtà era alterata, a tal punto da distorcere ogni impulso proveniente dall'esterno. Riuscivo a cogliere con i miei occhi appannati delle ombre scure, tutte tonalità del verde . A parte un cielo, particolarmente giallognolo, potevo vedere solo verde intorno a me. Ma ne ero sicuro, non era affatto l'orto in cui mi ero addormentato. Se mi trovavo in un giardino, o in un bosco, non riuscivo a definirlo. Improvvisamente
scorsi in controluce la silhouette di alcuni cipressi.
Quella visione così apparentemente banale scatenò in me una reazione inaspettata, una sensazione di familiarità profondissima ed intensa. La mia vista cominciò a schiarirsi e le cose intorno a me diventarono più nitide.
Mi trovavo in un elegante giardino, forse di una villa, con raffinate siepi di ligustro e bosso.Anche i miei movimenti, che prima erano pesanti e trascinati, ora si facevano più leggeri e controllati. Decisi di dare un'occhiata intorno, per vedere dove mi trovavo.
Superai una lunga serie di viottoli di aiuole, scorgendo ogni tanto delle strane forme di marmo,
simili a sculture insolite, mai viste prima. Improvvisamente il viottolo che stavo percorrendo terminò e mi ritrovai in uno spazio aperto, una specie di piazza, con al centro una antichissima piscina marmorea, con intorno nuovamente le strane sculture .
Intorno alla piscina c'erano meravigliosi cipressi, molto alti, immobili come guardiani. Decisi di avvicinarmi per esaminarla.
L'idea di guardarla da vicino esercitava su di me uno strano magnetismo che non riuscii a frenare. Il
fondo della piscina era di un marmo percorso da venature marroni, sul fondo c'erano tre sassi neri, lucidissimi. Li osservai per un po e decisi di proseguire in un vialone oltre i cipressi che circondavano la piazza. Era bizzarro il senso di familiarità che mi trasmetteva quel luogo. Era come se stessi in un giardino che conoscevo da sempre, ma dimenticato, soffocato da migliaia di pensieri inutlili. Ogni nuovo tratto che scoprivo, ritornava vivido alla memoria, nonostante non riuscissi a ricondurlo a nessun giardino visto finora. Percorsi correndo il lungo viale fino ad imbattermi in una piccola cordicella,
simile a quella che utilizzano i musei per distanziare la folla dall'opera d'arte. Il senso di familiarità improvvisamente sparì, e fui preso da un pesante angoscia. Corsi via impaurito fino alla piscina. Mi sembrò stranissimo il modo in cui non riuscivo a ricordare cosa ci fosse oltre la cordicella. Era come se anche il mio sguardo non fosse riuscito ad andare oltre. Pensai che superarla sarebbe stata una follia. Mi addormentai sotto un lauro vicino alla piscina, sprofondando di nuovo in un sogno, non cosmposto più da immagini come il precedente, ma definito attraverso sensazioni alternate di familiarità,curiosità e spavento. Mi svegliaii in preda ad una curiosità terribile. Dovevo andare oltre la cordicella. Era una pazzia, ma non potevo farne a meno. Percorsi di nuovo tutto il viale e giunsi alla corda. I pensieri erano bloccati, uno spavento terribile mi prese, ero combattuto tra l'angoscia e la curiosità, tra la
voglia di attraversare quella linea ed il terrore che mi incuteva quell'azione. In preda a questo sovraccarico emotivo svenni a terra.
Non sognai. Fu solo un lungo, lunghissimo periodo di buio. Mi risvegliai di soprassalto. Aprii gli occhi.
Ero oltre la linea.
Il mio corpo, durante il sonno si era mosso, probabilmente rotolando e mi aveva trascinato oltre di essa .
Mi alzai.
Quello che vidi era stranissimo.
Oltre la linea c'era di nuovo un giardino, molto diverso dal primo.
C'erano pini, oleandri emirti, e il cielo, da giallognolo-bianco era diventato di un intenso azzurro-arancione. Pomeridiano.
A mia sorpresa, vidi il mare luccicare e blu all'orizzonte. Una gioia profonda si impadronì di me, mentre percorrevo correndo nell'aria estiva i lunghi viali ricoperti da aghi di pino. Il mare si faceva sempre più vicino, preso dalla gioia correvo urlando. La tensione che prima si era impossetata del mio corpo era sparita, sostituita dalla pura felicità. A mia sorpresa trovai una radura verde, vicinissima alla spiaggia ,con un enorme sicomoro a forma di ombrello. Mi sdraiai ai suoi piedi. Lo sentii mio. Era il mio sicomoro, lo conoscevo da sempre, c'era sempre stato, io lo sapevo. La sua larga chioma creava una enorme ombra,
che mi riparava dai raggi arancioni del sole.
Dopo alcuni momenti mi rialzai e arrivai finalmente sulla spiaggia. Non ero mai stato così felice in vita mia. Quei luoghi erano per me importantissimi, conosciutissimi, ma non riuscivo a ricordare
quando li avevo rivisti. Camminai a lungo sulla sponda del mare fino a raggiungere una casupola bianca sulla riva.
La porta era chiusa, non vi entrai.
La sera stava scendendo, decisi di tornare al mio sicomoro.
Camminai in senso opposto per molto tempo, ma non riuscii più a ritrovarlo. Ero perso. Mi addormentai sulla spiaggia.
Quando mi risvegliai ero di nuovo nell'orto infinito, sotto alla pianta che avevo scelto come rifugio per la notte.
Era mattina.
Avevo sabbia tra le dita dei piedi, il che mi ha reso consapevole che quello che avevo vissuto non era stato affatto un sogno. Avevo bisogno di raccontare ciò che mi era successo, ma non c'era nessuno, anzi, non riuscivo proprio a ricordare di aver mai incontrato nessuno, era come se fossi sempre stato solo. Non avevo ricordi precedenti alla camminata nell'orto, e questo mi rassicurò.
Decisi di raccontare la mia storia alla grossa pianta grassa, gli raccontai tutto finché non mi addormentai di nuovo ai suoi piedi.
Alessandro Sicioldr Bianchi
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Chi è Sicioldr
Mi chiamo Alessandro Bianchi, detto da me stesso Sicioldr, sono nato in un freddo novembre del 1990 da genitori psicologi in un etrusco paesino altolaziale .Vivo a Perugia. Sono un tracciatore di segni, li ho sempre tracciati, sin da quando ero un piccolo uomo.
Allora i miei scarabocchietti suscitavano un certo bizzarro scalpore ed inqietudine nei fragili animi delle maestrine d'asilo , le quali erano fortemente convinte che fossi posseduto da qualche demonio di passaggio.
Infatti, mentre i miei compagnucci disegnavano simpatiche casette colorate, cavallini, cani, i fratellini e le dolci collinette del loro animo sereno io, solitario nel mio banco, con strane espressioni facciali e rumori vaghi, disegnavo enormi castelli arrotolati , mostri, inferni, dinosauri , paesaggi metafisici, lande nere e desolate, alberi spezzati ed assurdamente contorti .
Infatti, mentre i miei compagnucci disegnavano simpatiche casette colorate, cavallini, cani, i fratellini e le dolci collinette del loro animo sereno io, solitario nel mio banco, con strane espressioni facciali e rumori vaghi, disegnavo enormi castelli arrotolati , mostri, inferni, dinosauri , paesaggi metafisici, lande nere e desolate, alberi spezzati ed assurdamente contorti .
Poi smisi per molto tempo di graffiare la carta, per ricominciare solo nel 2008...
Sono orgogliosamente autodidatta e refrattario verso le scuole di fumetto e le accademie varie. Odio gli artisti, non mi considero tale.
Sono un essere umano di sesso maschile , razza bianca caucasica colore dei capelli nero, colore degli occhi marrone-verde alto cinque piedi e dieci pollici pesante centocinquanta libbre.
Sono un essere umano di sesso maschile , razza bianca caucasica colore dei capelli nero, colore degli occhi marrone-verde alto cinque piedi e dieci pollici pesante centocinquanta libbre.
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